Da sedentario a runner

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Non sono mai stato un amante sfrenato dello sport. Ho praticato calcio e rugby per un po’, ma mai con costanza né con vera passione. Alla fine si sa, in Italia, il calcio sin da piccoli diventa un fenomeno di aggregazione ed è difficile sfuggire al richiamo della partitella con gli amici. Questo, però, porta a escludere quasi implicitamente tutta una serie di sport che, invece, presentano per certi versi degli aspetti molto più interessanti. Ad esempio, il rugby stesso nel suo gioco di squadra, nei valori di gruppo che trasmette, nella difesa costante del rispetto nell’avversario e della disciplina ha un impatto sullo sviluppo personale e dei risvolti sociali molto più rilevanti del calcio.

Probabilmente la mia lontananza dallo sport è stata anche in gran parte dovuta ad una concezione distorta che dello sport si ha all’interno di alcune delle nostre famiglie. Lo sport secondo una concezione tradizionale è un gioco, un passatempo, concorre alla formazione della persona, ma certo non quanto lo studio o il manuale universitario. E quindi, sull’onda di questa idea ho sempre concentrato gran parte dei miei sforzi sull’essere un buono studente, nel dare il massimo negli esami universitari, nell’investire il mio tempo sullo sviluppo del mio lato educativo. Questo mi ha dato dei grandi risultati e mi ha portato a fare delle bellissime esperienze: ho studiato a Roma, ho trascorso molti periodi di soggiorno all’estero, conosciuto persone da ogni parte del mondo. Insomma la mia vita non è stata di certo noiosa. Di conseguenza, il mio benessere psico-fisico assumeva una rilevanza minoritaria. Non sarebbe stato lo stato d’animo o il movimento fisico a decidere il mio futuro e la mia occupazione professionale.

Eppure ad un certo punto qualcosa è cambiato. Non so esattamente cosa sia successo, ma una mattina mi sono alzato, mi sono guardato allo specchio e mi sono visto intrappolato in un corpo che non mi piaceva. Ma, soprattutto, ho visto di fronte a me una persona che oltre allo studio, ai libri, non aveva sviluppato alcun interesse personale, una persona immobile, ferma su stessa, annoiata e, probabilmente, anche un po’ depressa. Allora il primo passo è stato quello di decidere di dimagrire.

Al ritorno dal mio ennesimo soggiorno all’estero, dopo l’ennesimo stage in cui avevo speso gran parte delle mie energie mentali e che poi si era concluso ovviamente senza alcun contratto di assunzione, il mio peso si aggirava intorno agli 88-89 kg.Il perdere peso è stato difficile. Tuttavia, se devo essere onesto, lo è stato non tanto per gli sforzi personali (che sicuramente ci sono stati), ma a causa del contesto che mi circondava. Soprattutto al meridione, diciamolo chiaramente, un po’ di peso in più è percepito come sintomo di benessere. Pensiamo alle nostre nonne che ci spingono a mangiare il bis di lasagna la domenica a pranzo. Rifiutare diventa un sacrilegio, significa essere etichettati come “fissati sulla dieta” o come coloro che in quel modo stanno rifiutando uno dei massimi piaceri della vita. Ecco, per tutto quel tempo (e probabilmente tuttora) mi sono sentito come un alieno. Come se il mio voler dimagrire rappresentasse non una scelta di vita sana, quanto una discesa volontaria all’inferno. Per gran parte del tempo ho dovuto lottare non contro me stesso, ma contro chi mi diceva che stavo bene, che non dovevo assolutamente dimagrire, che la mia era diventata una ossessione, nonostante una semplice camminata o il salire le scale diventava la scalata dell’Everest.

A questo punto vi starete chiedendo però cosa centra il running. Si può dire che la corsa mi abbia dato quello stimolo in più nel continuare il mio percorso e nel persistere contro questa obiezione sociale. Nel running ho trovato una sorta di rifugio in cui riscoprire me stesso. Ho iniziato camminando e visto che più camminavo, più perdevo peso e più l’affanno diminuiva, ho iniziato a fare jogging. Ok, lo ammetto, le prime corse sono state una specie di supplizio. Le gambe sembravano cedere ad ogni passo, sentivo le caviglia come sul punto di spezzarsi e le ginocchia chiedere pietà. Ma ho continuato. E ho continuato perché la corsa mi faceva stare bene. Quei minuti, che poi si sono trasformati in ore di solitudine mi davano l’opportunità di raccogliere i pensieri, le emozioni, di riflettere sulle situazioni che mi ero capitate in giornate o che mi sarebbero capitate di lì a poco. E avevo recuperato la felicità, il buon umore. Sembra contraddittorio, paradossale, ma maggiore era la fatica, maggiore l’energia che ero capace di sprigionare durante il resto della giornata. Inoltre, avevo recuperato la sicurezza in me stesso. La sicurezza fisica (finalmente potevo tornare a guardarmi allo specchio) e mentale.

In un momento di difficoltà, il running mi aveva dato una seconda chance, quella di esplorare una parte di me stesso che credevo non potesse esistere. Quella parte capace di sopportare la fatica, capace di disciplina nel condurre una vita più sana (se sai che la mattina devi percorrere 10-15 km sei poco propenso a fare le 4 o a mangiare un kebab con salsa piccante), nel superare i giudizi degli altri, nel saper dire di no perché abbiamo costruito una scala di priorità in cui al primo posto ci siamo noi.

Nel prossimo articolo cercherò di spiegare come si sono sviluppate le mie abitudini di corsa, quali sono stati i primi obiettivi personali e quali difficoltà (i primi infortuni) ho dovuto inevitabilmente affrontare.

Nell’attesa, come sempre, buon running a tutti!

3 pensieri riguardo “Da sedentario a runner”

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